riviste
e le diciassette gazzette che si stampavano a Torino”
come ci racconta un certo Valéry nel 1840. Poi il già
visto cambiamento di nome in “Caffè della Confederazione”,
la nuova clientela “mista” e chiassosa; quindi
il ritorno dell’aristocrazia alla fine del secolo scorso
e il ritorno anche al glorioso nome “Fiorio”.
E, ancora, l’epoca di Camasio, con gli studenti che
correvano dietro alle sartine, che si accapigliavano nel dehors
del Caffè Fiorio. E’ tutta e sempre storia di
una dei caffè più classici di Torino, tra i
pochissimi a occupare ancora oggi gli stessi locali in cui
venne fondato. E i muri, i divani, le grandi specchiere, gli
stucchi, sono ancora quelli che, nel secolo scorso, videro
Nietzsche, seduto a tavolino, cercare risposte alla propria
angoscia negli occhi degli altri avventori, centellinando
con filosofica lentezza i già celebri gelati del Caffè
Fiorio. Quelli che accolgono i golosi, sono ancora gli stessi
arredi chem negli anni Trenta, nella grande sala della del
“Vagone”, ospitavano Oddone Beltrami, lo scrittore
Alfredo Segre, l’antifascista Claudio Fiorini, il musicista-musicologo-saggista
Massimo Bruni, per citare solo qualche nome.Uomini che, tutti
insieme, erano un’anima unita contro il pensiero del
ventennio. E il Fiorio come a ondate, nei giorni delle perquisizioni
fasciste, di riempiva e si svuotava, “si disertavano
per qualche giorno gli incontri, poi, calmate le acque e caduto
il pericolo, si riapprovava all’isola felice”
come ci ha lasciato testimonianza lo stesso Beltrami.Che cosa
è cambiato nel glorioso caffè con più
di duecento anni di grande tradizione dietro al bancone? Quasi
nulla, perché il velo del tempo non ha spento un solo
guizzo di quel Fiorio che a Torino, |