RIVOLUZIONI E FERROVIE
Ma quando era iniziato quel cenacolo di pensiero? Intorno al 1780, e il vero successo lo aveva raggiunto all’inizio del secolo successivo, quando il locale era passato all’abile gestione dei fratelli Fiorio. Tra quei muri, dal profumo del bicerin si criticavano le rivoluzioni, si perdevano fortune al gioco del Gobbo, i tecnocrati discutevano animatamente sulla necessità di dotare l’Italia di una rete di trasporti su scala nazionale.
Dal vicino Caffè Colonne, quando udivano la polemica, piombavano al Fiorio anche Carlo Asinai di San Marzano e Luigi Ornato, sempre più lanciati verso la libertà, che si univano a Santorre di Santarosa, a Moffa di Lisio, a Cesare Balbo. E sempre nelle sale del Fiorio, tutti costoro si sentirono spesso accusare dai padri della “frattura ideologica operata nella loro classe” e, nel 1820 si videro persino accollare la responsabilità ideologica del sangue del duca du Berry, Un anno dopo, sempre tra le stesse eleganti pareti, echeggiarono le prime ipotesi su un secondo memoriale di Carlo Alberto, con cui il principe giustificava il suo operato di fronte alla Santa Alleanza, mentre a Parigi, proprio quel Santorre di Santarosa, nel suo “La Revolution” presentava il principe come traditore dei liberali. Era la polemica d’Italia, che rimbalzava da un tavolino all’altro, dalle tazze fumanti ai profumati dolci, e che si interrompeva solo per brevi attimi tra un sorso e un goloso assaggio. O che trovava nuovi argomenti di scontro nella dovizia di giornali e periodici che anche al Fiorio, come nei migliori caffè torinesi, erano a disposizione dei clienti: “giornali italiani, stranieri, politici, scientifici, letterari,le principali

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