Ma
tra i tutti, il Fiorio era rimasto il caffè degli aristocratici
per antonomasia, dove era rinato e imperversava il gioco del
Gobbo. E, sempre, per conoscere l’Italia, il suo pensiero
politico, le sue aspirazioni, chiunque deve recarsi al Fiorio.
E’il caso di Carlo Monselet, il critico e letterato
francese che “venuto sullo spirare del 1859 a Torino
da Parigi per formarsi un’idea esatta del movimento
italiano, vi conosce al Fiorio, caffè, sala di conversazione,
mercato e clou, il conte Gallina, antico ambasciatore a Parigi
e Londra, il marchese Alfieri, presidente del Senato, i generali
Sanfront, Actis, Franzini e il conte Cigala, aiutanti in campo
di Vittorio Emanuele, vale a dire i campioni dell’esercito,
della diplomazia vecchia e nuova, dell’eleganza e della
cultura, fra i partiti politici più opposti, seduti
indistintamente fra uomini di Stato del passato e dell’avvenire,
donnette equivoche, preti, militari, facchini”, come
racconta Piera Condulmer nel suo “Dal caffè al
caffè”. In pratica, un Florian torinese con tutte
le carte in regola per quel che riguarda “l’assortimento”
degli avventori.
Ma non era più il Fiorio di una volta.
A causa del cambiamento di clientela, il caffè, nel
1850, aveva infatti mutato anche il suo nome in “Caffè
della Confederazione”. E la nuova denominazione e la
promiscuità durarono fino agli ultimi anni dell’Ottocento,
quando dame e cavalieri ripresero a passeggiare delicatamente
e con stile nella stupenda contrada di via Po, riempiendo
di nuovo di nobiltà le sale dorate del Fiorio.
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