EPIGRAMMI AL VOLO
Ma la vera attrazione del Fiorio, quella per cui nobili, ricchi e meno ricchi tendevano le orecchie nelle sue sale, erano i sapidi colpi di penna di Antonio Baratta, il “cavaliere senza camicia” considerato – dopo morto – il primo epigrammista dei Caffè del Risorgimento. Che attraverso le sue taglienti rime, che più volte ricordano volentieri il Fiorio, fece passare tutta la torinesità dell’epoca, dal 1848 al ’66: con Angelo Brofferio, il “gran trombone della democrazia piemontese”, che pontificava spessissimo al caffè di via Po, Baratta ebbe una polemica in versi che durò fino alla morte e anche Cavour non venne certo risparmiato dai “sali attici” dell’arguto epigrammista. Sì, perché anche Camillo Benso spesso e volentieri lustrava i suoi occhiali e rifocillava lo spirito al Caffè di Via Po. Poi, tutto d’un tratto lo abbandonò, perché giudicava il Fiorio troppo affollato e rumoroso per il silenzioso gioco degli scacchi e del Whist. E così, in effetti, era. Perché nel 1845, il già celebre caffè venne rinnovato da un’abile schiera di artisti, tra cui lo scultore Bogliani, e divenne un elegante ritrovo frequentato da una miriade di borghesi, in mezzo ai quali si confondevano e non riuscivano a colloquiare Rattazzi, Lamarmora, D’Azeglio. Erano gli anni in cui a Torino c’era tutta l’Italia che faceva l’Italia. E nel caffè di via Po – anche il celebre Caffè Diley era infatti sotto i portici di quella strada – s’incontravano tutti o quasi gli uomini più importanti della scena politica. E ogni caffè di Torino, allora, aveva i suoi clienti particolari, perché i Carbonari si davano convegno nei caffè di via Lagrange e in quello del Progresso; i reggitori di giornali si radunavano al Londra; gli artisti e le matricole al Rondò.

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