E la Storia passò ufficialmente per la prima volta al caffè.
Quella storia contraddittoria, sottile e incomprensibile, incalzante e persino buffa che accompagna l’uomo da sempre. E quella che passò dal Fiorio buffa lo era davvero. Nessuno ha mai saputo se il principe venne informato del pericolo partito dal Fiorio. Fatto sta che il caffè, o meglio il pensiero che ne scaturiva, era ogni mattina al centro dell’interesse di Carlo Alberto, quasi avesse percepito che quello che si pensava al Fiorio per lui avrebbe potuto essere questione di vita o di morte. “Che cosa si dice al Fiorio?” chiedeva infatti a ogni levar di sole ai suoi consiglieri che gli davano le relazioni degli affari di Stato. E lo chiedeva a ragion veduta, perché il Fiorio era la meta preferita degli aristocratici, intellettuali e diplomatici dell’epoca.
Per questo era chiamato il caffè dei “codini e dei Machiavelli”, per le punte dei vestiti d’antica foggia dei suoi avventori e per il pensiero che li pervadeva. Clienti conservatori di ferro, per i quali la libertà era una lenta conquista civile cui bisognava allenare il popolo perché non la sciupasse. Chi erano? Erano Giovanni Prati, Giacinto Collegno, Cesare Balbo, Perrone di S. Martino, il principe della Cisterna, il Lisio, il Santarosa, il Passalacqua. E tutti insieme facevano del Fiorio la fucina del pensiero politico di Torino. Quel movimento intellettuale che aveva iniziato a lampeggiare ai tavolini del celebre Caffè Piemonte, quello nel Palazzo dell’Accademia delle Scienze in via San Filippo – oggi Maria Vittoria- dove s’incontravano anche l’astronomo Plana, il matematico Bidone, lo studioso di classici Amedeo Peyron con il latinista Carlo Boucheron.

Questo sito è stato creato e sviluppato dalla ADAMIS MULTIMEDIA DESIGN