IL
CAFFE’ FIORIO DI TORINO
Carlo
Alberto chiedeva ogni mattina che cosa si era detto tra le
mura. Lo frequentarono Cavour, Rattizzi, D’Azeglio.
E ancora oggi quelle sale raccolgono i segreti dei gelati
più famosi di Torino, che Nietzsche centellinava sulle
labbra interrogando gli sguardi della gente.
Tre paia d’occhi, nel buio. Il vecchio carrettiere di
via Po se li sentì passare accanto, che strisciavano
contro i muri. E gli corse un brivido sulla schiena. Si fermò,
come per accarezzare il mulo, e li seguì con lo sguardo.
Erano tre uomini, e i due col tabarro nero che svolazzava
come quello dei diavoli tenevano il terzo in mezzo. Che quasi
non toccava terra con i piedi tanto era trascinato. Gli occhi
scintillarono ancora, per l’ultima volta davanti al
Fiorio, poi sparirono dentro quell’uscio. E per un istante,
le tre ombre, proiettate in strada dalla luce che usciva dal
locale, sembrarono proprio satanassi.
Lo storico sardo Giuseppe Manno, nel suo “Informazioni
sul Ventuno”, l’episodio non ce la narra certo
così.
Ma ci racconta che proprio quella sera, quegli uomini tramarono
contro Carlo Alberto. E non lo fecero certo da dilettanti,
visto che tentarono di convincere un certo Bernardo Pia, inserviente
dello speziale di Corte Masino, a mescolare un potente veleno
alla medicina usata in quei giorni dal principe. Ma l’uomo,
trascinato là con un po’ di forza e col miraggio
di un vistoso compenso, rifiutò. Era il 18 marzo del
1821: mancavano quattro giorni alla partenza di Carlo Alberto
da Torino su ordine di Carlo Felice.
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